Una lettera collettiva per Milano

Foto di Filippo Romano

Con questa lettera aperta alla città e a chi la governa e la governerà vogliamo attivare un esercizio collettivo di riflessione critica sulle narrazioni dominanti, le politiche e gli interventi che hanno contribuito a radicare l’immaginario di una Milano come città Modello in continua ascesa spesso però senza fare i conti, soprattutto in seguito a questo grande evento pandemico, con la ricaduta sociale, ambientale, economica e abitativa che un tale processo può generare diventando, per alcuni, insostenibile. 
Apriamo questa chiamata collettiva a partire dal nostro osservatorio per raccogliere e amplificare le voci di associazioni, gruppi informali, realtà di volontariato, cittadini e cittadine e più in generale di chi promuove azioni dal basso. L’obiettivo è creare uno spazio riflessivo polifonico e capace di articolare le declinazioni della trasformazione che investe Milano.

Il nostro "Modello Milano" : un laboratorio permanente per una città più giusta e inclusiva

Milano sta vivendo un momento importante nella ripresa della vita post Covid. 

Da una parte vediamo una città in continua crescita grazie alla sua grande trasformazione, iniziata con Expo e che ad oggi sembra continuare senza battute d’arresto. A testimonianza i cantieri che a Porta Nuova, City life, Cascina Merlata continuano a sorgere, nell’attesa di veder partire quelli delle grandi aree che ridisegneranno interi quartieri della città, a partire  dalla trasformazione degli Ex Scali ferroviari con Porta Romana che diventerà il Villaggio delle Olimpiadi, fino ai progetti vincitori di Reinventing city, il bando promosso da C40 per riqualificare aree dismesse da destinare a progetti di rigenerazione urbana e ambientale. 

Gli interventi di trasformazione sono tanti però  anche su scala più ridotta, dalla ristrutturazione dello spazio pubblico alle nuove piste ciclabili. In tutta la città si sono visti e si vedranno piccoli e grandi cantieri, anche stimolati dai sostegni all’economia arrivati per sostenere la ripresa post-pandemica.

Dall’altra parte viviamo una città che fatica ad emergere e, a volte a sopravvivere, ma che partecipa alla trasformazione di Milano adoperandosi per il suo cambiamento declinando il concetto di crescita in modi differenti. Una città della cura, delle relazioni capace di costruire capitale sociale e modelli di welfare dal basso che ha dimostrato innovazione e dinamismo anche a fronte della crisi che la pandemia ha aperto. Come tutte le crisi, anche quella attuale, ha esasperato le disuguaglianze che marcano il tessuto urbano di Milano e la polarizzazione che la caratterizza. Da una parte c’è chi vuole ricominciare da “dov’eravamo rimasti”, quasi rimuovendo la pandemia e il suo effetto congelante, e dall’altra c’è chi correva invece in una direzione differente e oggi si sente ancora più lontano ed escluso dalla “città vincente”.

Alla fine del 2020, infatti, in molti hanno perso il lavoro: il numero di famiglie che ha fatto richiesta delle misure di sostegno economico dell'INPS (reddito e pensione di cittadinanza) a Milano città metropolitana è cresciuto dell’85% (passando dalle 37.676 famiglie del 2019 alle 70.000 del 2020, pari alla metà delle richieste inoltrate da famiglie lombarde) e nell’ultimo anno solo poco più della metà ne ha beneficiato, numerose attività artigianali e commerciali hanno dovuto chiudere, solo a gennaio 2021 a Milano e nell’Hinterland erano circa 600 i commercianti costretti alla ritirata (Movimprese),il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 22% (Assolombarda), mentre il tasso di dispersione scolastica in Lombardia è passato dal 12.6% al 15,7% (ragazzi dai 15 ai 24 anni, dato Regione Lombardia). Inoltre Milano è tra i 10 comuni italiani con più bambini e ragazzi stranieri (23%) e la segregazione scolastica è un processo che accentua le diseguaglianze sociali ed etniche. Tale fenomeno vede infatti, sempre di più la propensione degli italiani a iscrivere i propri figli in scuole a forte dominanza italiana escludendo a priori gli istituti, situati in periferia, caratterizzati da classi formate al 70% da studenti stranieri. Un trend che porta a una netta separazione tra gli alunni italiani provenienti da contesti agiati e quelli stranieri provenienti da situazioni precarie (True). Le diseguaglianze economiche della città sono state recentemente rese evidenti anche da un lavoro di Youtrend che ha costruito una mappatura della ricchezza di Milano mettendo in relazione la dichiarazione dei redditi e Cap della città. Ne affiora un’immagine urbana di grande diseguaglianza tra le popolazioni in termini economici. Se infatti nel centro di Milano un abitante su 6 dichiara un reddito superiore ai 120 mila euro annui, in quartieri come Quarto Oggiaro e Roserio, il reddito non supera i 18 mila euro. E’ la stessa Youtrend a dichiarare che Milano che non ha eguali in termini di diseguaglianze patrimoniali in Italia. 

A fronte di uno scenario così polarizzato, nel momento in cui finisce - speriamo tutti - la pandemia ed entra nel vivo la campagna elettorale e soprattutto la fase di rilancio dell’economia urbana, pensiamo sia il momento di provare a guardare con onestà ai rimossi e alle contraddizioni tra ciò che si racconta e la realtà attuale della città. Vogliamo dunque provare a promuovere un dibattito costruttivo che tenga conto di chi spesso non riesce a correre alla stessa velocità della trasformazione. 

La città che sale, e il suo narcisismo 

Quando si parla della trasformazione delle grandi aree della città, non si può non fare i conti con il rischio della gentrification. Il valore immobiliare di alcuni quartieri si alza come anche il costo della vita e si ha l’impressione che la narrazione, lo storytelling prevalente spesso sia solo utile per costruire scenari adatti alle operazioni immobiliari oppure ad aiutare campagne elettorali che, “dall’ossessione alle periferie”, ora puntano tutto sul rebranding dei “quartieri”. Sarebbe invece importante costruire la consapevolezza che una città e  un’economia, nella loro profonda complessità, si trasformano grazie soprattutto alla cura, alle relazioni e al capitale sociale che generano e riproducono molte associazioni e attivisti - tanti di questi giovani, non dimentichiamocelo. Tutto questo spesso rimane solo relegato al comparto “buone notizie” della stampa.

Quando si guarda a Nolo come modello di trasformazione per le periferie, ad esempio, spesso non si considera che Nolo, nata da una forte esperienza di comunità che si è costituita pian piano e formata su bisogni concreti a cui ha saputo dare risposta nella quotidianità e nel semplice scambio tra vicini, è diventata anche un modello da sfruttare, mimandolo e replicandolo, per accelerare i fenomeni di gentrificazione e massimizzare in breve tempo la bolla immobiliare, a tutto vantaggio degli operatori e della rendita.

In città, infatti, c’è stato un incremento dei prezzi al mq delle case, dal 2020, del 13,6 %. Dopo Nolo, sta arrivando il turno di Dergano, quartiere ricco di associazioni e attivismo dal basso, che si trova vicino alla futura area dello scalo di Farini che presto verrà trasformato, grazie al masterplan di Oma e Laboratorio Permanente. Molti sono i cartelli pubblicitari delle immobiliari che fanno riferimento al valore delle attività culturali e sociali delle associazioni presenti in zona e le case ormai non costano meno di 4000 euro al mq. 

E ancor più delicata è la situazione che si sta vivendo nel quartiere Giambellino - Lorenteggio dove è in corso la demolizione di 5 caseggiati di Aler e la ristrutturazione di 300 alloggi, grazie ad un piano di riqualificazione siglato tra Comune e Aler mentre tra poco inaugurerà la linea della M6 e all'orizzonte si profila l’intervento sullo Scalo Ferroviario sempre firmato dallo studio dell’archistar Rem Koolhaas, che darà vita ad un parco acquatico lineare. Grazie ad una gara internazionale sorgerà una nuova biblioteca, un parco culturale sito in un’area abbandonata, verranno risistemate le strade e piantumati alberi. 

Per quanto riguarda il contesto popolare restante, spesso non privo di condizioni critiche dal punto di vista sociale e strutturale, per le associazioni presenti - prima coinvolte in sede di redazione del masterplan, e poi ignorate -  diventa molto difficile farsi ascoltare per “redistribuire il valore generato dall'intervento urbanistico con progetti specifici perché i fondi sono stati deviati o frammentati” (Erika Lazzarino Domus).

La vita, in generale, diventerà inevitabilmente più costosa, senza contare che quelle periferie o quartieri, comunque si voglia chiamarli, convivono da anni con una povertà ingente e una crisi sociale da gestire. 

Chi gestisce la trasformazione della città? Apparentemente sembra che continui a prevalere la legge del libero mercato immobiliare e che l’attenzione pubblica al diritto dell’abitare, con tutti i suoi limiti, si concentri principalmente sulle situazioni estreme di povertà. La povertà si è diffusa ormai da tempo, con il Covid è cresciuta notevolmente, non esiste più solo quella assoluta e grave, molti di coloro che potevano permettersi di mantenere un affitto o anche una piccola proprietà prima dell’emergenza sanitaria, ora faticano sempre di più. E’ una povertà palpabile ma difficilmente imbrigliabile nelle vecchie categorie. Vale allora la pena chiedersi quale trasformazione sia auspicata, da chi, come e perchè. Preoccupano gli approcci top down alla trasformazione, troppo spesso incapaci di intercettare i bisogni e le competenze locali e includerle in strategie pubbliche che siano capaci di accrescere le conoscenze dei territori attraverso servizi adeguati. Mancano il coraggio di bonificare situazioni incancrenite, riqualificare parti del patrimonio di edilizia pubblica con interventi sostenibili pensando a servizi a misura tenendo conto delle nuove popolazioni che oggi hanno bisogno di casa spesso vivendo nella precarietà, ripensando le forme contrattuali rendendo più agile il turnover anche integrando un sistema di welfare funzionante che accompagni al lavoro e all’educazione finanziaria.

Non trasformare dall’alto, dunque, ma dar forma in termini di politiche e servizi agli sforzi delle realtà che vivono e lavorano le periferie. Un programma vero che guardi all’edilizia convenzionata e all’affitto e sia capace di dare risposta anche ai grandi numeri della popolazione precaria, a partita iva e che in questo anno difficile ha perso il lavoro ma anche a giovani che non riescono ad uscire di casa, che vogliono allargare il proprio nucleo familiare e a famiglie numerose. 

E il ruolo della città metropolitana?

Il rischio è che, aumentando i prezzi delle case, avvenga una spinta centrifuga che si orienta e orienterà sempre di più verso i centri della città metropolitana. La pandemia inoltre ha scoraggiato il turismo, il pendolarismo, l’arrivo in città dell’indotto studentesco (da febbraio 2020 a oggi la città ha perso circa 12.000 abitanti ) e, riguardando i dati che abbiamo citato in apertura di questo testo relativi al calo del Pil e all’aumento delle povertà e quindi delle diseguaglianze sociali, alcuni residenti anche pendolari hanno dovuto - o potuto e voluto - rivedere la loro permanenza in città, grazie al lavoro in smart working. Per questo è necessario fare i conti con l’alto rischio che, una volta ripresa la vita post pandemia, la città riprenda molto lentamente il suo ritmo attrattivo tenendosi il primato di città più costosa d’Italia senza la capacità di offrire redditi adeguati.  Il tutto, nella totale assenza di una politica territoriale e di un dibattito di senso sul futuro e sul ruolo che potrà ricoprire la città metropolitana in quanto luogo attrattivo e accessibile. Una città metropolitana che si sta trasformando in spazio di fuga dal centro urbano dove lavoratori e lavoratrici scelgono di stare, uno spazio che si sta configurando come il nuovo polmone verde e di produzione di servizi ambientali di Milano ma ancora in molti casi è poco connessa e poco ascoltata nei bisogni e nelle risorse.

Una città non barricata nel vecchio immaginario del “vincente” ma una città per tutti.

Una città come Milano,è una città in espansione e con un ruolo che deve guardare tanto al locale, quanto al nazionale e all’internazionale, nessuno può negarlo, ma proprio per questo richiede una visione complessa di lungo termine in cui si possa “conservare” la qualità della vita non solo dei suoi visitatori o dei suoi city users, degli investitori che la elevano, delle manifestazioni che ne fanno un’eccellenza a livello mondiale, ma anche e soprattutto di chi la abita tutti i giorni e di chi la abiterà tra 30 anni.

E’ importante che lavori per creare una città che pensi ai servizi come beni comuni, valorizzi le esperienze di chi fa promozione sociale e non assistenzialismo e guardi ai suoi margini e confini non per respingere chi ha meno  ma per costruire connessioni con la sua città metropolitana. Una città che sappia guardare ai bambini, alle donne, agli immigrati, agli anziani sia in relazione alle popolazioni più esposte a fragilità e discriminazione sia come soggetti attorno ai quali costruire nuovi paradigmi di sicurezza, alleanza sociale e mobilità immaginando spazi a misura dei più piccoli e lavorando per costruire dei nuovi tempi della città che possano impattare sui temi della conciliazione certo, per le donne, ma non solo. Una città capace di guardare ai temi dell’immigrazione in relazione al lavoro, alla casa e all’integrazione, pensando all’immigrazione come una grande risorsa.

Milano ha bisogno di una qualità dell’aria migliore, di un verde cittadino che sappia essere un vero polmone ecologico. La transizione energetica, ambientale e della mobilità non dovrà essere un pranzo di gala che ancora una volta rischierà di aumentare i divari e le diseguaglianze se non con uno sguardo a chi rimane escluso. Milano ha bisogno di spazi a disposizione per la cultura e la socialità a portata di tutti dove i cittadini e i giovani soprattutto possano respirare, immaginare e costruire il futuro, ha bisogno di poca burocrazia per promuovere attività spontanee, ha bisogno di essere semplicemente più bella. Ha bisogno di mantenere dei prezzi accessibili sia per quanto riguarda i servizi che l’abitare, ha bisogno di essere una città accogliente e di supporto anche per chi è solo e attenta, in un modo nuovo, alla salute mentale di chi non ce la fa.

E non deve diventare tutto come il centro, solo più ampio, ma deve essere una città per tutti composta da tanti piccoli epicentri ognuno con le sue virtù ma anche con le sue complessità, ognuno con i suoi servizi e con le sue opportunità di miglioramento senza denaturare la storia, il carattere forte che questa città ha e sa mantenere.

Serve una visione che generi politiche pubbliche che sappiano guidare anche a livello nazionale un ragionamento serio sulla questione “casa”, verde, accessibilità agli spazi pubblici e servono degli spazi di scambio, di formazione e di ascolto.

A questa città serve un laboratorio di formazione permanente, serve un’idea di futuro.
E per quell’idea di futuro, se lo ritenete, noi siamo disposti ad unirci per costruirla insieme.

Se vuoi contribuire puoi compilare questo form  inserendo il tuo nome e cognome, l'organizzazione di cui fai parte. Il testo non deve superare le 1000 battute

Immagine di @Filippo Romano

 

B-Cam cooperativa sociale

L'analisi presentata è condivisibile, le domande poste sono numerose e non semplici anche se in gran parte centrate. Avremmo bisogno di dare spazio e tempo a "dialoghi" con persone e realtà impegnate, consapevolmente o meno, a perseguire la "strategia della città a 15 minuti" prendendola sul serio come opzione per accompagnare e valorizzare le specificità dei quartieri. Una strategia da perseguire in maniera coerente e graduale tanto "dal basso" quanto "dall'alto" (bottom-up e top-down). Servono come il pane politiche integrate che lavorino su base territoriale e che comportino un significativo cambio di passo da parte della macchina comunale e delle regole, risorse e prassi che ne presiedono il funzionamento.
Penso a persone e organizzazioni attive in vari campi impegnate nel coltivare questa sfida e capire come la loro attività potrebbe evolversi e radicarsi sempre di più nei loro quartieri e contesti locali a partire dalla definizione di alcuni parametri per misurare (quantitativamente e qualitativamente) le trasformazioni necessarie.
Penso ad ambiti di accessibilità locale primaria e non come casa, lavoro, prevenzione e promozione della salute, dipendenze, psichiatria e servizi di sostegno psicologico, immigrazione, spazi pubblici, cultura diffusa (urban art, street art...), sport, sussidiarietà, alimentazione (consumo, produzione e distribuzione di cibo), informazione/comunicazione di quartiere, commercio locale, sicurezza di prossimità, verde pubblico, scuole aperte, riuso e gestione del ciclo dei rifiuti.
Forse dentro a questa sfida i Municipi potrebbero avere la loro voce così come la possibilità di attivare Consulte di Quartiere (penso alla scala degli 88 NIL) che sappiano pragmaticamente porre questioni locali nell'ottica strategica della città a 15 minuti.

Associazione Compagnia dell’anello: spazi sociali per la convivenza culturale, economia di riciclo e piantumazione di aree verdi

E’ innegabile, troppo spesso ultimamente abbiamo ascoltato le parole che ci danno un immagine di un economia milanese legata agli andamenti di sponsor, turismo e ogni sorta di analoghi finanziamenti speranzosi.

Il covid ha messo in rilievo la fragilità delle entrate derivanti dal turismo. Gli sponsor, che per loro natura hanno l’obbiettivo di generare profitto; a fronte di investimenti presentano come contropartita alle amministrazioni richieste spesso incompatibili con chi ha a cuore un’idea di città più sobria e sostenibile.

E’ proprio la visione di una metropoli basata sulla sostenibilità economica che viene spesso a mancare nella nostra città. Puntare a creare principalmente quartieri più ricchi, allontana sempre più dal centro città i meno abbienti e conseguentemente scema la “sensibilità di vicinanza” verso questi ultimi da parte dei più benestanti, che si ritrovano a vivere in quartieri unicamente agiati (isole felici).

Sarebbe sufficiente creare nei quartieri aree a prezzi più calmierati per ricreare conseguentemente un commercio equilibrato, rivolto sia a chi ha più che meno disponibilità economiche.

Altrettanta buona cosa, sarebbe il dedicare spazi sociali distribuiti nella metropoli, favorendo così la convivenza culturale di persone più o meno ricche.

Milano d’altra parte è nata su tali radici, laddove fin i ritrovi più eccellenti come lo era l’allora Bar Giamaica, vedevano la frequentazione di persone/artisti più o meno agiati che si aiutavano a vicenda proprio perché si conoscevano convivendo.

Analogo discorso vale per l’ecologia. Non si piò pensare ad un’verde eccessivamente “strutturato”. In un’epoca di emergenza da respirazione sana, il rischio sarebbe frenare un recupero ambientale. Il primo problema oggi diviene generare aria buona; la cosa più immediata da fare è puntare a dimorare, su aree distribuite, quante più piante possibili e lasciare spazio all'evolversi della biodiversità crescente.

In maniera analoga si dovrebbe sempre più sensibilizzare la gente ad una cultura e cura del verde, in realtà sempre meno promossa e sponsorizzata oggigiorno. Per farlo, sarebbe sufficiente avvalersi delle associazioni che operano per l’ambiente che in realtà ogni giorno incontrano una moltitudine di difficoltà frenanti. Basti pensare che chi vuol curare uno spazio verde comunale, non solo deve farsi un mazzo tanto ma deve anche pensare all’onere dello stipulare una forma assicurativa.

Per ultimo sostenere un’economia di riciclo stimolerebbe la sensibilità di cui accennavo verso i più deboli. Cibo, apparecchiature informatiche, vestiti, giocattoli, oggigiorno quando non più utilizzati finiscono di routine in discarica. Si pensi in realtà quante persone potrebbero far uso di tali prodotti riciclati opportunamente ricondizionati, se il Comune mettesse a disposizione spazi aperti alla povera gente, di ricezione e stivaggio di materiale usato.

In poche parole questa è la mia visione di città; semplicemente quella dell' immaginare un vivere più semplice, partecipato e di convivenza ravvicinata di persone di fasce economiche differenti.


 

Nuovo Armenia

Quando mi sono trasferita a Dergano nel 2009 avevo un bambino di tre mesi ed un bilocale appena acquistato con un mutuo a 140.000 euro in un quartiere in cui ero passata più volte e che sembrava un piccolo paese. Ero sola, non avevo conoscenze e nemmeno amiche sotto casa con cui condividere la fatica della maternità. Iniziai guardando giù nel mio cortile dove abitava Vilma che aveva tre bambini piccoli e che mi accolse e mi consigliò. Fu l’inizio di tutto, dell’idea di convivenze possibili, di ponti e amicizie che si possono trovare casualmente grazie al fatto di vivere in un quartiere abitato da persone che provengono da tutto il mondo. Gli agenti immobiliari quando ci mostravano gli appartamenti la prima cosa che cercavano di valorizzare era quanti pochi stranieri risiedessero nei condomini. Ne parlavamo spesso con quegli amici che poi hanno dato vita a Nuovo Armenia, volevamo dimostrare che dalle differenze si possono costruire percorsi di vera conoscenza e solidarietà e negli anni lo abbiamo fatto perché poi con Vilma, Beatriz, Jonny, Fernando, abbiamo costruito Cinema di Ringhiera. Insieme, mettendo ognuno quello che sapeva e che poteva. Nel nostro gruppo di lavoro è sempre stato chiarissimo che una narrazione rispettosa dell’abitare un territorio, delle migrazioni, della costruzione dell’identità può avvenire solo costruendo discorsi insieme e accettando che anche chi è in condizioni sociali, economiche e culturali svantaggiate ha grandi visioni che sono utili alla società e che un agorà veramente democratico non deve perdere le voci di chi in città è più fragile. Con questi presupposti siamo entrati in via Livigno 9 ed abbiamo iniziato una rigenerazione a base culturale di uno spazio abbandonato e lo abbiamo fatto con un processo di partecipazione che ha chiamato alle armi proprio quelle persone con cui si erano costruire relazioni di vicinato. Sono stati anni molto difficili ma anche molto fertili ed oggi questo lavoro ha portato frutti ed il quartiere è più bello, è un quartiere dove trovi tutto, ora ha anche un cinema grazie a noi. Ma in questo quartiere non ci resteremo a lungo, la mia famiglia è cresciuta e devo vendere il mio bilocale ma non posso ricomprare qui perché quello che abbiamo creato è diventato un boomerang, le case costano troppo per noi che siamo rimasti quello che eravamo, attivisti culturali precari e costano care anche per Vilma che abita ancora sotto casa mia con tre figli alle superiori e i genitori anziani.

Cosa fare? Non lo so, so solo che è già tardi e che non se ne parla abbastanza.

Terzo Paesaggio: un piano strutturale per l’economia generativa

Terzo Paesaggio c'è, per dare luogo a un laboratorio permanente sulla città di Milano, per "stare nel problema", come osserva Donna Haraway.

Milano nonostante la narrazione sarà per molto tempo ancora una città a piú velocità e carica di contraddizioni.
Le operazioni dell'alta finanza continueranno a trasformare brani di città sempre piú vasti, secondo una logica estrattiva che mira a produrre ricchezza per pochi: gli azionisti di banche, assicurazioni, costruttori che per la natura stessa della propria missione, non possono che essere distanti dalla vita vitale di quei luoghi.

Tuttavia accanto a questa opzione estrattiva, dai bordi della città si espande un altro modello di fare città, piú orientato alla vita, alle comunità, ai luoghi. Questo modello di tipo generativo, tenta anche di ridisegnare l'architettura proprietaria delle organizzazioni, coinvolgendo sempre piú le comunità all'interno.

Queste esperienze generative si stanno espandendo in tutto il globo, indicano che il capitale può essere un alleato della vita, delle comunità, con impatti positivi sulla felicità delle persone e dell'ambiente, ridefiniti come parte dello stesso sistema Gaia.

Sono tutte quelle esperienze che sempre piú assumono la forma di imprese sociali, benifit corporation, ma anche Community Land Trust, foreste comuni, comunità energetiche... che, al di là dello statuto e del claim, hanno saputo ridisegnare la propria architettura proprietaria, ponendo le comunità al centro.

Per "stare nel problema", che a Milano vuol dire un sacco di cose, ma sicuramente azioni urgenti per migliorare la qualità dell'aria, l'accesso alla casa, le dotazioni di spazio pubblico, abbiamo bisogno di dare vero e ampio spazio alle comunità, dunque abilitare le esperienze di economia generativa, non piú come pratiche residuali destinate all'occasionalità, spesso eroiche, bensì come progetto economico di punta, Politico, per il rilancio della vitalità della città.

Milano chiede un piano strutturale per l'economia generativa, con un Assessorato e risorse dedicate, per accelerare e sviluppare l'accesso al patrimonio pubblico dismesso, la co-progettazione, i partenariati pubblico-privati, il crowdfunding civico...

Non capire questo significa perdere gradi di fertilità e consegnare la città alla monocultura estrattiva.